2017/2018

SERIAL VIEWER

Chiara Albarelli, 4 E

THE END OF THE F***ING WORLD

Eccoci di nuovo a parlare di serie TV! Da gennaio, moltissime novità sono state rilasciate da Netflix, tra cui The end of the f***ing world: sembrava una serie per teen-ager come tante altre e invece si è rivelata piuttosto particolare!

I protagonisti sono James e Alyssa, due ragazzi che si auto-escludono dal resto dei loro coetanei. James ha un hobby alquanto insolito: uccidere animali. Ora però ha quasi diciotto anni e si sente pronto a compiere il grande passo, ovvero assassinare una persona. Quando Alyssa, la sua ragazza, gli propone di scappare insieme per abbandonare le loro insoddisfacenti vite, James la sente come l'occasione perfetta e pianifica in ogni dettaglio l'uccisione della ragazza.
All'apparenza i due personaggi potranno apparirvi strani e anche un po' inquietanti, ma cambierete idea quando conoscerete gli adulti. I due ragazzi si troveranno ad affrontare situazioni surreali e potranno contare solo l'uno sull'altra per togliersi dai guai.
La serie è composta da otto episodi della durata di venti minuti. La storia è intrisa di dark humor e un profondo cinismo, accompagnati da una colonna sonora di musica rock che rende l'atmosfera nostalgica e lontana dal mondo reale.
Nel cast troviamo Alex Lawther (Vi presento Christopher Robin, Black Mirror: Zitto e Balla) nei panni di James, Jessica Barden (The Lobster) che interpreta Alyssa, mentre Gemma Whelan (Yara Greyjoy ne Il Trono di Spade) e Wunmi Mosaku (Black Mirror: Giochi Pericolosi) sono due agenti di polizia sulle tracce dei ragazzi.

Al mese prossimo,

CAV-WIRE

Samuele Bergamini, 5 H

DEATH CAB FOR CUTIE

Tra chiavi che non aprono alcuna porta, piani falliti e “Transatlanticismo”

Cari lettrici e lettori, ben ritrovati ancora una volta tra le pagine del nostro giornale. Dopo aver esplorato gli angusti angoli del Southside di Londra, quest’oggi la nave di Cav-wire fa rotta verso la Bellingham Bay di Washington, attraversando di fatto l’Atlantico, che ha molte storie da raccontare. Così come i suoi più fedeli compagni di viaggio. Facciamocene raccontare un paio, che ne dite? I Death Cab for Cutie si formarono nel 1997 dalla geniale mente di Benjamin “Ben” Gibbard che, assieme a tre compagni di college, decise di rivoluzionare del tutto l’ambiente della musica indie statunitense, ispirandosi per il nome del gruppo ad un brano ripreso dai Beatles nel loro film Magical Mystery Tour. La band iniziò a proporre un rock alternativo molto particolare che, nel biennio ‘98/2000, ottenne ottime critiche, ma senza conseguire un particolare successo (tra l’altro, mai ricercato dalla band). La svolta avvenne nel 2001: con la pubblicazione del loro terzo album (The Photo Album) arrivarono i primi piazzamenti nelle varie classifiche, anche oltreoceano. Qui, il songwriting di Gibbard inizia a farsi più profondo, mentre nelle linee vocali Ben tende a dimostrare un ottimo uso del vibrato, che diventerà da lì a poco il suo marchio di fabbrica. Il resto della band invece inizia a sperimentare sia sul piano ritmico, utilizzando anche percussioni non convenzionali, sia sul piano melodico, con un vasto utilizzo del piano elettrico Wurlitzer, ben accompagnato da calde linee di basso. Il successo definitivo avvenne invece due anni più tardi, con l’uscita del loro miglior disco: “Transatlanticism”. Descrivere tale album non è affatto semplice. Analizzando ad esempio la traccia omonima, si percepisce subito che i testi di Gibbard hanno raggiunto un altro livello rispetto ai tre album precedenti e da ora in poi saranno in continuo miglioramento. Il concetto centrale dell’album è senza dubbio l’amore, talvolta non corrisposto, talvolta impossibile, ad ogni modo mai certo. Amore che è il fulcro centrale anche di questo particolare fenomeno cantato da Gibbard, questo “Transatlanticismo”, che può benissimo intendersi come un cambio di prospettiva: l’Atlantico che una volta ci sembrava una smisurata distesa d’acqua, insidiosa e quasi senza fine, ora ci pare un semplice stagno, attraversabile anche a nuoto, pur di raggiungere la persona amata dall’altra parte. A prova del fatto che, dopo tutto, la distanza è relativa. Per quanto riguarda la struttura dell’album la tracce sono quasi tutte collegate tra loro, attraverso outro ed intro ben coese che consentono un ascolto scorrevole e d’atmosfera, vista anche la notevole durata di alcuni brani (la stessa Transatlanticism sfiora gli otto minuti). Lo stile dei DCfC è dunque in continua evoluzione e tale miglioramento venne notato non solo dalla leggendaria Atlantic Records, che mise subito Gibbard e soci sotto contratto, ma anche dal mondo della cinematografia e delle serie TV: nell’arco di poco, quasi tutte le tracce dell’album diventarono parte della colonna sonora degli episodi di The OC, Six Feet Under e CSI:Miami. Due anni più tardi venne pubblicato Plans, il primo album sotto la nuova etichetta discografica, che ottenne anch’esso un ottimo successo, diventando disco di platino nel 2008. Plans potrebbe sintetizzarsi concettualmente come l’opposto di Transatlanticism. Il tema rimane sempre l’amore, o più in generale il sentimento, questa volta però presente, costante, talora anche atemporale, come testimoniano I Will Follow You into the Dark (il brano più venduto nella storia della band) e Brothers on a Hotel Bed. Sul piano strumentale invece si assiste ad una grande serie di tracce in acustica, animate comunque da un ottimo utilizzo del basso (esempio riscontrabile nella bellissima Summer Skin), il quale troverà il suo coronamento nel successivo Narrow Stairs, disco molto più rock rispetto al precedente, ma anche il più deprimente scritto finora, almeno secondo Gibbard. Traccia d’impatto è senza dubbio No Sunlight, dove sembra scivolare via tutto l’animo ottimista dell’album precedente. Nel 2011 la band sperimenta nuovamente, aprendosi maggiormente verso l’utilizzo delle tastiere, prevalenti sulle parti di chitarra. Uscì quindi Codes & Keys, album che ottenne una fredda reazione da parte del pubblico, che definì i testi troppi “felici” e talvolta superficiali, non in linea con il classico stile di Gibbard. Il periodo nero dei DCfC non si ferma qui però: nel 2014, durante le registrazioni del loro ultimo album, il chitarrista Chris Walla decide di dire addio al progetto dopo diciassette anni di militanza. Le registrazioni proseguono comunque per un altro anno, non senza difficoltà, e nel 2015 esce Kintsugi, che si ispira ai primi lavori del gruppo, rifacendosi a quei testi e a quello stile che hanno permesso ai Death Cab for Cutie di diventare nel corso degli anni dei perfetti compagni di viaggio, qualunque sia la nostra meta. Ed è proprio in questo modo che questa band andrebbe ascoltata per essere compresa appieno: seguendo una strada, magari con uno zaino in spalla, magari tenendo per mano qualcuno di importante. O forse seduti sul sedile del passeggero, fissando il cielo, respirando contro il finestrino.

Società Indi(e)pendente

Dopo quattro anni di fedele servizio, il nostro amato direttore Alessandro Tassini prende il meritato congedo dalle righe di questo giornale. La rubrica musicale tuttavia non si estingue, bensì si rinnova: quest’anno oggetto di analisi saranno vere e proprie band emergenti del panorama italiano, europeo e perché no, anche internazionale. Con me alla cabina di comando, Cav-wire è pronta a traghettarvi attraverso oceani di talento inesplorati o forse troppo sottovalutati. Direi di salpare subito, che ne dite?

Essendo il primo articolo della rubrica, vorrei però abbracciare un concetto più vasto, un intero genere musicale, letteralmente esploso negli ultimi due decenni, specialmente in Italia: il cosiddetto “Indie”. Ormai le band così classificate sono molteplici, alcune di esse anche molto valide. Ma la cosa che stupisce maggiormente è come esse siano riuscite ad ottenere un seguito particolarmente elevato, pur non avendo, almeno sulla carta, alcuna peculiarità musicale che le contraddistingua. Il termine “Indie” difatti non sta ad indicare il tipo di sonorità che produce il musicista, ma bensì la modalità in cui il suono stesso è concepito. È l’ artista stesso, pertanto, ad essere definito Indie, in quanto, essendo tale, si dissocia dalle major label e molto spesso esercita anche il ruolo di produttore. Sarebbe però superficiale limitarsi a questo concetto per descrivere un musicista “Indie”. Benché forse si stia parlando dello spettro stilistico più vario in ambito musicale, alcune analogie dal punto di vista sonoro sono riscontrabili nella maggior parte dei musicisti appartenenti a tal genere. Traendo le sue origini dalla anti-Thatcheriana Inghilterra dagli anni ’80, è possibile rilevare da subito elementi del punk-rock, del pop e anche della musica da ballo( vedi i primi album degli scozzesi Primal Scream). Si ottiene quindi un mix di chitarre melodiche contrapposto a riff di una certa potenza, con parti ritmiche semplici, ma al contempo cadenzate. Elemento importantissimo nella scena Indie inglese diviene senza dubbio l’utilizzo di numerose parti elettroniche: accordi di piano elettrico, arpeggi di synth e linee di pad si sprecano su pezzi fondamentali per la cultura indie internazionale. I colossi New Order sono un esempio: attraverso album quali Brotherhood(1986) e Technique(1989), diedero il via alla scena musicale “Madchester”, che supportò gruppi come gli Happy Mondays. È palese pertanto notare come l’odierna musica Indie, benché particolarmente eclettica, mantenga caratteristiche sonore proprie della sua scena d’origine. L’Indie nel tempo si evolve, entrando prepotentemente nella scena musicale statunitense. In questo periodo il genere risente senza dubbio delle sonorità grunge della piovosa Seattle, città madre di band quali Nirvana, Soundgarden e Pearl Jam. A contatto con gli States quindi l’Indie rock assume tratti più aggressivi, abbandonando il lato elettronico della scena British, ma solo temporaneamente. Verso la fine del decennio infatti esplode il fenomeno Indie pop, che inizia a dare una maggiore visibilità a moltissimi artisti emergenti, soprattutto in Europa. Da quel momento la scena Indie viaggiò in continua evoluzione, fino agli anni 2000, quando deflagrò in migliaia di sfaccettature differenti. L’Inghilterra, in primo luogo, partorì band a dir poco innovative, che con il tempo portarono avanti quel concetto musicale che attesta che “essere Indie” vuol dire prima di tutto essere liberi da schemi e mai uguali a se stessi. Gli scozzesi Franz Ferdinand, che ottennero un ottimo successo commerciale, ne sono un esempio. L’elettronica rimane comunque un elemento costante, ma per nulla scontato. Basti pensare agli Enter Shikari, gruppo dell’Hertfordshire, che

attraverso l’etichetta indipendente Ambush Reality di loro proprietà, sono riusciti nel corso degli anni ad unire generi musicali del tutto opposti tra loro ( come dubstep e jazz, trance e metalcore). Attraverso un’onnipresente ideologia indipendente, dunque, sono riusciti ad avvicinare diverse tipologie di pubblico: sia coloro che sono in cerca di sonorità più chill (ascoltare l’appena uscito The Spark), sia coloro che sono disposti a scatenarsi con una delle migliori band live del panorama europeo. Sempre in questo periodo, inoltre, è possibile notare come inizi a comparire un minuziosa attenzione per i testi e un certo interesse verso generi musicali più “alti” concettualmente. I danesi Mew (già attivi dal 1994), infatti, iniziano, in special modo dal terzo album Frengers, a mescolare sonorità tipiche della musica classica con elementi Progressive (la bellissima Comforting Sounds sfiora di poco i nove minuti di durata). I testi poi, spaziano dalla celebrazione dell’ amore platonico e soave, alla mera componente chimica dell’amore fisico. Soffermandosi proprio su questi ultimi, possiamo capire come il contenuto di una determinata lyric sia un elemento fondamentale per avvicinarsi ad una qualsiasi band indie e entrare in empatia con essa. Per quanto riguarda la scena Indie italiana ad esempio, il fattore “testi” risulta essere importantissimo: il pubblico, prima ancora di focalizzarsi sulla melodia, ascolta, legge e soprattutto interpreta il testo di una determinata traccia, entrando in piena sintonia con l’autore o adattando le parole alla sua stessa esistenza. Ancora una volta quindi, l’ Indie si dimostra estremamente vario e dinamico e non solo dal punto di vista musicale. A tutto questo si uniscono anche interesse sociale e ideologie politiche che rendono molto più facile l’avvicinamento ai neo-fan. Queste caratteristiche nel complesso, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, limitano non poco la curiosità del pubblico: gruppi già affermati come Le Luci della Centrale Elettrica, gli Eugenio in Via di Gioia o i più celebri Lo Stato Sociale, si sono difatti guadagnati una sempre più crescente parte di pubblico, prevalentemente proprio grazie ai contenuti delle loro canzoni. Ma tali contenuti, con la lingua impiegata, nella stragrande maggioranza dei casi precludono al fan l’accesso ad altre scene musicali Indie straniere che, come già accennato, sono estremamente valide(nonché spesso musicalmente superiori a quelle nostrane). In conclusione il mondo Indie è esattamente come il nostro: splendido e particolarmente vario, ricco di significati e sfumature. Per esplorarlo al meglio non dobbiamo far altro che indossare le nostre cuffie, liberarci da qualsiasi restrizione, musicale o territoriale che sia, e lasciarci trasportare ogni dove dal suo mirabolante eclettismo.

DEATH CAB FOR CUTIE

Tra chiavi che non aprono alcuna porta, piani falliti e “Transatlanticismo”

Cari lettrici e lettori, ben ritrovati ancora una volta tra la pagine del nostro giornale. Dopo aver esplorato gli angusti angoli del Southside di Londra, quest’oggi la nave di Cav-wire fa rotta verso la Bellingham Bay di Washington, attraversando di fatto l’Atlantico, che ha molte storie da raccontare. Così come i suoi più fedeli compagni di viaggio. Facciamocene raccontare un paio, che ne dite? I Death Cab for Cutie si formarono nel 1997 dalla geniale mente di Benjamin “Ben” Gibbard che, assieme a tre compagni di college, decise di rivoluzionare del tutto l’ambiente della musica indie statunitense, ispirandosi per il nome del gruppo ad un brano ripreso dai Beatles nel loro film Magical Mystery Tour. La band iniziò a proporre un rock alternativo molto particolare che, nel biennio ‘98/2000, ottenne ottime critiche, ma senza conseguire un particolare successo (tra l’altro, mai ricercato dalla band). La svolta avvenne nel 2001: con la pubblicazione del loro terzo album (The Photo Album) arrivarono i primi piazzamenti nelle varie classifiche, anche oltreoceano. Qui, il songwriting di Gibbard inizia a farsi più profondo, mentre nelle linee vocali Ben tende a dimostrare un ottimo uso del vibrato, che diventerà da lì a poco il suo marchio di fabbrica. Il resto della band invece inizia a sperimentare sia sul piano ritmico, utilizzando anche percussioni non convenzionali, sia sul piano melodico, con un vasto utilizzo del piano elettrico Wurlitzer, ben accompagnato da calde linee di basso. Il successo definitivo avvenne invece due anni più tardi, con l’uscita del loro miglior disco: “Transatlanticism”. Descrivere tale album non è affatto semplice. Analizzando ad esempio la traccia omonima, si percepisce subito che i testi di Gibbard hanno raggiunto un altro livello rispetto ai tre album precedenti e da ora in poi saranno in continuo miglioramento. Il concetto centrale dell’album è senza dubbio l’amore, talvolta non corrisposto, talvolta impossibile, ad ogni modo mai certo. Amore che è il fulcro centrale anche di questo particolare fenomeno cantato da Gibbard, questo “Transatlanticismo”, che può benissimo intendersi come un cambio di prospettiva: l’Atlantico che una volta ci sembrava una smisurata distesa d’acqua, insidiosa e quasi senza fine, ora ci pare un semplice stagno, attraversabile anche a nuoto, pur di raggiungere la persona amata dall’altra parte. A prova del fatto che, dopo tutto, la distanza è relativa. Per quanto riguarda la struttura dell’album la tracce sono quasi tutte collegate tra loro, attraverso outro ed intro ben coese che consentono un ascolto scorrevole e d’atmosfera, vista anche la notevole durata di alcuni brani (la stessa Transatlanticism sfiora gli otto minuti). Lo stile dei DCfC è dunque in continua evoluzione e tale miglioramento venne notato non solo dalla leggendaria Atlantic Records, che mise subito Gibbard e soci sotto contratto, ma anche dal mondo della cinematografia e delle serie TV: nell’arco di poco, quasi tutte le tracce dell’album diventarono parte della colonna sonora degli episodi di The OC, Six Feet Under e CSI:Miami. Due anni più tardi venne pubblicato Plans, il primo album sotto la nuova etichetta discografica, che ottenne anch’esso un ottimo successo, diventando disco di platino nel 2008. Plans potrebbe sintetizzarsi concettualmente come l’opposto di Transatlanticism. Il tema rimane sempre l’amore, o più in generale il sentimento, questa volta però presente, costante, talora anche atemporale, come testimoniano I Will Follow You into the Dark (il brano più venduto nella storia della band) e Brothers on a Hotel Bed. Sul piano strumentale invece si assiste ad una grande serie di tracce in acustica, animate comunque da un ottimo utilizzo del basso (esempio riscontrabile nella bellissima Summer Skin), il quale troverà il suo coronamento nel successivo Narrow Stairs, disco molto più rock rispetto al precedente, ma anche il più deprimente scritto finora, almeno secondo Gibbard. Traccia d’impatto è senza dubbio No Sunlight, dove sembra scivolare via tutto l’animo ottimista dell’album precedente. Nel 2011 la band sperimenta nuovamente, aprendosi maggiormente verso l’utilizzo delle tastiere, prevalenti sulle parti di chitarra. Uscì quindi Codes & Keys, album che ottenne una fredda reazione da parte del pubblico, che definì i testi troppi “felici” e talvolta superficiali, non in linea con il classico stile di Gibbard. Il periodo nero dei DCfC non si ferma qui però: nel 2014, durante le registrazioni del loro ultimo album, il chitarrista Chris Walla decide di dire addio al progetto dopo diciassette anni di militanza. Le registrazioni

proseguono comunque per un altro anno, non senza difficoltà, e nel 2015 esce Kintsugi, che si ispira ai primi lavori del gruppo, rifacendosi a quei testi e a quello stile che hanno permesso ai Death Cab for Cutie di diventare nel corso degli anni dei perfetti compagni di viaggio, qualunque sia la nostra meta. Ed è proprio in questo modo che questa band andrebbe ascoltata per essere compresa appieno: seguendo una strada, magari con uno zaino in spalla, magari tenendo per mano qualcuno di importante. O forse seduti sul sedile del passeggero, fissando il cielo, respirando contro il finestrino.

IL TÈ DELLE CINQUE

Chiara Platinia, 4 E

FEBBRAIO 2018

Ciao a tutti e bentornati al nostro rilassante tè in compagnia!

Croce e delizia di ogni ragazzo e ragazza della nostra età, che in un modo o nell’altro modella le nostre giornate: no, non si tratta dei social network, sto parlando della scuola.

La scuola qui si chiama college (e guai a chiamarla school, perché quello è un livello inferiore di istruzione) ed è a dir poco dissimile dalla nostra. Non mi addentrerò nei particolari di durata e caratteristiche dei vari livelli di istruzione inglese, anche perché – nonostante io sia qui da ormai quasi sei mesi – non sono certa di non fare qualche errore.

Quello che so per certo e posso dirvi è che il college comprende il dodicesimo e tredicesimo anno del percorso scolastico di un/una giovane inglese (che qui si chiamano Year 12 e Year 13), dura in genere due anni (anche se non è raro che vi si rimanga un anno in più) ed è l’ultimo passo prima che chi lo desideri e ci riesca vada all’università. Le età degli studenti sono comprese tra i sedici e i diciannove anni ed essi sono divisi in classi per ogni materia (per cui chi studia matematica con te potrebbe non essere nella tua stessa classe di fisica) e naturalmente le prime e le seconde (Year 1 e Year 2) sono divise.

Per quanto ogni studente abbia quasi totale libertà nel creare un piano di studi soddisfacente, c’è uno schema standard: al momento dell’iscrizione lo studente sceglie tre (talvolta quattro) materie tra le decine offerte dal college e queste saranno i tre A-Level (che sta per Advanced Level) cui tale studente si dedicherà per i due anni del college e per i quali darà un esame alla fine del percorso per dimostrare le proprie conoscenze. I diversi A-Level passati (e i voti ottenuti in ciascuno) costituiscono parte del curriculum che lo studente presenterà poi a un eventuale datore di lavoro o università.

Il risultato è che uno studente inglese alla fine del college ha conoscenze molto più approfondite di quelle di un suo corrispondente italiano (che abbia ottenuti voti simili) alla fine del proprio liceo o istituto, ma in molte meno materie. Ad esempio, uno studente che qui scelga matematica, fisica e informatica (e che quindi avrebbe probabilmente scelto un liceo scientifico se fosse stato in Italia) alla fine dei suoi due anni avrà completato un programma di queste tre materie da far impallidire qualunque programma italiano, ma non saprà alcunché di storia, filosofia, letteratura o lingue straniere.

I sistemi italiano e inglese hanno entrambi dei punti di forza e delle debolezze: in Italia non ci viene chiesto di fare una scelta così drastica a soli sedici anni (infatti in Inghilterra ci si ritrova con persone che scelgono tre A-Level completamente diversi l’uno dall’altro perché sono ancora indecise) e si ha di certo una preparazione più completa, ma non si è mai in grado di approfondire le materie quanto ciascuna lo richiederebbe; in Inghilterra, invece, gli studenti finiscono il college con vastissime conoscenze sulle materie che li interessano (o che comunque hanno scelto), ma soltanto su quelle materie.

Ciò che non cambia, invece, è il diffuso malcontento per il funzionamento del proprio sistema: in Inghilterra professori e alunni si lamentano esattamente come facciamo noi, facendo notare come tutte le altre nazioni gestiscano l’istruzione meglio della propria. Le lamentele sono internazionali, a quanto pare.

Italia e Inghilterra sono diverse, questo è certo, ma dove si mangia meglio, quale sistema scolastico funziona meglio? Le mie opinioni su queste e altre questioni nella mini-rubrica:

ITALIA VS INGHILTERRA:
L’argomento di questo mese è l’indipendenza dei giovani. Ce lo dicono spesso, che in Italia i ragazzi crescono più lentamente che altrove, ma ci si rende conto di cosa ciò voglia dire soltanto quando si vive all’estero: i ragazzini inglesi vanno tranquillamente in giro e per negozi da soli fin dagli ultimi anni delle elementari e alla stessa età iniziano a dover gestire i propri soldi. Tra i sedicenni, quelli che non hanno un lavoro part-time di vario genere (commessi, aiutanti in vari negozi, camerieri, giardinieri e quant’altro) sono la minoranza e quelli che vivono con i genitori mentre frequentano l’università (anche per via della struttura delle università inglesi) sono una percentuale ancora minore.
Per quanto sia bello poter prendere il proprio tempo nel diventare indipendenti, devo ammettere di ammirare molto i giovani inglesi, quindi direi che l’Inghilterra riesce a rifarsi e pareggiare:
Italia 1 – Inghilterra 1

Per il tè delle cinque

WISH YOU WERE BEER

Laura Marcato, 5 D

FABRIZIO D'ANDRE'

Ciao a tutti!

Vi avevo promesso un confronto tra musica del passato e quella attuale, ma, con le recenti trasmissioni televisive, ho deciso di parlare di un cantautore tra i miei preferiti: FABRIZIO DE ANDRE’ (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999), considerato dalla critica uno dei più grandi cantautori italiani di sempre.
Proveniente da una famiglia benestante, si diploma al liceo classico Cristoforo Colombo di Genova e prosegue gli studi di giurisprudenza, che abbandonerà a sei esami dalla laurea, avendo ormai deciso di scegliere “la musica”, anche grazie ai primi contratti discografici. Aveva intanto lasciato la casa paterna per i continui conflitti con il padre.
Lo stesso De Andrè spiega così la sua scelta: « Lessi Croce, l'Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.»
Di carattere chiuso, introverso, tendenzialmente anarchico e dichiaratamente non credente, con la chitarra in mano riesce a dar voce ai poveri, agli ultimi; cantando di guerra esalta il grande bisogno di pace dell’umanità.
Gran parte delle sue canzoni è proprio accompagnata dalla sola chitarra. Solo una prima collaborazione con il gruppo della Premiata Forneria Marconi riempie di nuove sonorità le sue poesie (assolutamente da ascoltare la versione del “Pescatore” dal vivo del 1978).
Dagli inizi della sua carriera artistica (1961), De Andrè vive uno dei suoi migliori periodi tra il 1968 ed il 1973: sono di questi anni gli album “Tutti morimmo a stento” e “La buona novella” (1969).
In quest’ultimo, il cantautore, utilizzando alcuni vangeli apocrifi, canta l’umanità della figura di Gesù e non solo. Pur essendo un’opera nella quale lui stesso riconosce che “i personaggi del Vangelo perdono un po' di sacralizzazione”, egli si accosta loro con attenzione, quasi con delicatezza, raggiungendo il limite dell’emozione con la sua “Ave Maria”.
Il testo, accompagnato questa volta da archi, ed il video scaricabile da youtube, ci presentano, a differenza dell’usuale iconografia, una ragazza di sedici anni che, per fede e per la sua età, diventa madre e vive il dolore e la gioia del parto, “sai che fra poco forse piangerai, poi la tua mano nasconderà un sorriso”, chiudendo con un vero e proprio inno alle donne e madri “femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente”.
Alla sua scomparsa, Nicola Piovani, pianista, compositore e direttore d'orchestra, affermò: “De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano.”. E, ancora, Fernanda Pivano, scrittrice, giornalista e critica musicale, arrivò ad affermare “Mi pare che sempre di più sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano.”.
E come sarebbe potuto essere diversamente… aveva fatto il classico!

IL SECONDO VOLTO DELLA CITTA'

LA TORINO DEL BASKET

Abituati alla decennale rivalità calcistica cittadina e al recente passato poco roseo della pallacanestro torinese, oscurata a momenti alterni da Biella e Casale, ci stiamo perdendo la rinascita di Torino, che è ormai solida realtà. Recentemente riacquisito l’antico nome di Auxilium, la società di Antonio Forni dopo il ritorno in A1 e una discreta stagione alle spalle sta macinando punti in campionato e regala strepitose prestazioni anche in ambito europeo. Il cammino in Eurocup e l’ascesa nella lega nazionale sono frutto di un attento e mirato mercato preseason e di un lavoro stupendo da parte dell’ormai, purtroppo, ex-coach Luca Banchi. Difficile spiegare come un allenatore di questo calibro che si sta comportando così bene sulla panchina di una società seria e organizzata come quella torinese sia stato costretto all’addio. Voci di corridoio parlano di uno screzio con i dirigenti nell’intervallo della partita con Varese, giocata nella provincia lombarda il 14 gennaio scorso (partita poi vinta da Torino), che avrebbero portato il coach toscano a rivedere il suo rapporto con la società e a consegnare le sue dimissioni. La squadra è passata ora nelle mani di Carlo “Charlie” Recalcati, che vanta un gloriosissimo passato tanto da giocatore quanto da allenatore.

Ma da dove nascono i segreti dell’attuale Auxilium? Senza dubbio il giocatore simbolo, trascinatore dell’intero collettivo, è il neoacquisto Lamar Patterson: l’ex NBA sta disputando una stagione a livelli altissimi, con medie da capogiro e numerose prestazioni da cestista di categoria superiore. Ma non è l’unico elemento del roster con un passato in America: Sasha Vujacic, sloveno di 201 centimetri, è il giocatore più titolato, nonché quello con una carriera migliore alle spalle. I suoi tiri da tre, il suo carisma, la sua grinta sono fattori fondamentali che stanno traghettando Torino verso successi insperati a inizio stagione. Altri innesti importanti del mercato estivo sono stati Garrett, play con un tiro eccellente, Mbakwe, centro dallo straripante potere fisico, e Jones, guardia con ottime percentuali e discrete prestazioni dalla panchina. Questi ultimi sono andati a integrarsi alla perfezione con l’ossatura già precedente della squadra, formata dal capitano Giuseppe Poeta, dal giovane di prospettiva Okeke, dal talentuoso Washington e dall’esperto Valerio Mazzola. Banchi dunque è stato capace di far interagire giocatori che già si conoscevano con elementi del tutto nuovi e di creare un clima fantastico nello spogliatoio: la speranza della città è che Recalcati sia capace di fare altrettanto.

Gli obiettivi della società e i traguardi che si possono raggiungere sono molti e certamente di buon livello. Raggiunta la Final8 di Coppa Italia (competizione alla quale si qualificano le migliori otto squadre del campionato a metà stagione) è d’obbligo mantenere questo andazzo per raggiungere con un’ottima posizione anche la Final8 di campionato, a fine stagione. Per riuscire nell’impresa, Torino avrà ancora bisogno del talento dei propri giocatori ma sarà fondamentale l’apporto del pubblico: come risponderà la città e quanto si riempirà il Ruffini partita dopo partita. Per quanto riguarda il cammino europeo, la situazione è in bilico. La recente sconfitta disarmante in Lituania contro il Lietuvos Rytas ha complicato i piani dei gialloblu, che ora si trovano costretti a dover vincere con i russi dello Zenit per evitare l’eliminazione e proseguire nella competizione. La partita, che andrà in scena la sera del 7 febbraio proprio al Ruffini, sarà un dentro o fuori per entrambe le formazioni: in palio ci sarà il raggiungimento dei quarti di finale di Eurocup.

L’Auxilium è dunque una fucina di sorprese e potrà regalare alla città numerose gioie e grandi traguardi, forse anche migliori di quelli che possono conseguire le compagini calcistiche torinesi: dunque, con una fantastica realtà così in ascesa nella nostra città, perché non approfittarne?

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Chiara Platania, 4 E

ADOTTA UN MONUMENTO

L’iniziativa
La scuola adotta un monumento® è un’iniziativa nata a Napoli nel 1992 per azione congiunta della Fondazione Napoli Novantanove, del Provveditorato agli Studi e delle Soprintendenze. Si tratta di un progetto che si propone di stabilire nelle nuove generazioni una nuova consapevolezza del valore dei beni culturali, passando attraverso la scuola.
Nell’ambito dell’iniziativa, due punti assumono particolare rilievo. Il primo è il riconoscimento della funzione della scuola non soltanto nell’educazione più accademica alla conoscenza dei beni culturali, ma anche e soprattutto nel riconoscimento del valore da essi assunto nella definizione della nostra identità culturale. Il fondamentale ruolo della scuola nella formazione delle generazioni future diventa quindi anche insegnare a queste generazioni una nuova ottica attraverso cui ripensare ai beni culturali.
Ciò viene ottenuto tramite il secondo punto, ovvero la scelta di consegnare una parte del nostro patrimonio culturale nelle mani di un gruppo di giovani che la adotti. Adottare un monumento è una scelta importante, perché non è limitata alla conoscenza di tale monumento (che può appunto venire da una formazione scolastica più tradizionale), ma comprende anche assumersene la responsabilità e comprendere il proprio ruolo nel conservarne la memoria e diffondere ciò che esso può insegnarci.

Il Cavour adotta il Cavour
È nell’ambito di questa iniziativa che oggi gli studenti del Cavour si mettono in gioco per adottare la propria stessa scuola. Partecipando a questo progetto, ci si propone di riscoprire il valore culturale dell’edificio che dal secolo scorso ospita la scuola, assumendo però anche delle responsabilità nei confronti dei possibili futuri sviluppi del Liceo.
La sede centrale del Liceo (in corso Tassoni, 15) fu costruita nel 1931, nell’ambito di una serie di modernizzazioni della città che all’epoca attribuirono alla città un volto nuovo, in contrasto con quello tipico barocco e regio che l’aveva contraddistinta fino a quel momento. Allo stesso periodo risale, per esempio, la costruzione di una nuova parte di via Roma, con edifici in stile tardo eclettico o razionalista tipici degli anni Trenta.
L’edificio, però, non ha un valore limitato alle sue componenti architettoniche: fin dalla sua apertura, infatti, esso ha ospitato quello che oggi è il Liceo Classico e Musicale Cavour (all’epoca Regio Liceo Ginnasio Cavour) e come tale si è fatto carico di molto più dei quasi novant’anni di storia che lo accompagnano. Un edificio scolastico, per quanto inevitabilmente legato al proprio valore storico, assume una diversa profondità dovuta alle generazioni che lo attraversano: quando il Cavour fu trasferito nell’edificio, esso già portava con sé secoli di storia e di cambiamento delle generazioni che lo avevano frequentato. La nuova sede, quindi, iniziò da quel momento ad essere anch’essa un monumento alla memoria di studenti, studentesse e docenti, una testimonianza dell’evoluzione dell’istruzione e di conseguenza della mentalità stessa dei cittadini.
Il motivo per cui è necessario per tutti gli studenti del Cavour riconoscere il valore dell’edificio della sede centrale è ben più profondo del semplice bisogno di aggiungere ulteriore conoscenza all’esperienza di chi frequenta il nostro liceo. Si tratta di comprendere come la scuola che frequentiamo (e per estensione la scuola in senso più ampio) possa essere la migliore testimonianza del passare del tempo e come tale debba non solo essere preservata, ma valorizzata, cosicché le generazioni future ereditino la nuova consapevolezza da noi assunta.

Serata alla Fondazione Sandretto

Meneghetti Penelope Siria, 1 A

Evento in grande stile alla portata di tutti, presentato da ragazzi giovani e intraprendenti, stupisce il pubblico di amici, parenti e e sconosciuti.

In data 6 dicembre 2018, presso la fondazione Sandretto Re Rebaudengo, di fronte ad un pubblico formato da conoscenti, professori e la preside Manuela Einardi, le classi prime che seguono l'indirizzo di comunicazione al liceo classico Cavour, hanno provato l'ebrezza d'essere mediatori d'arte, per avvicinare e sensibilizzare le persone agli stili e gusti contemporanei, dopo un percorso di dieci incontri settimanali durante i quali hanno imparato cosa significhi comunicare attraverso opere di ogni tipo, sotto lo sguardo attento del personale coadiuvatore della Fondazione.

Le classi, divise a gruppi di cinque studenti, hanno introdotto la mostra "Wil-o-Wisp", realizzata da Rachel Rose, "Il gufo dagli occhi laser", di Monster Chetwynd, "Vanilla Isis", di Andra Ursuta e alcune opere di Linette Yiandom-Boakye, intensificando così, non solo l'amicizia tra compagni, ma anche il sapere culturale.

Un'esperienza che i ragazzi ripeterebbero di sicuro anche negli anni che seguiranno, poiché oltre al divertimento all'interno dei laboratori manuali, vi è anche quello di scoprire artisti bizzarri ed eclettici come alcuni di quelli presi in esame per la serata che, con installazioni apparentemente banali, riescono a suscitare emozioni molto differenti tra loro.

FIORI MUSICALI

Maya Germena, 1 B

A Torino, nell’incantevole cornice natalizia di piazza San Carlo, il 1 Dicembre c’è stato il concerto della Cavour Symphony Orchestra: l’orchestra autogestita dagli studenti appartenenti a tutte le classi del nostro liceo e anche da ex-allievi.

L’orchestra ha avuto il suo primo debutto il 20 Maggio 2018 in occasione dell’evento “Torino adotta un monumento”; questa volta si è esibita all’interno della chiesa di San Carlo e il giovanissimo direttore Flavio Mattea ha magistralmente coordinato l’orchestra composta anche dalle new entry delle classi prime. Si sono esibiti anche due trii ed il coro diretto dalla professoressa Agricola.

Il repertorio, vario e coinvolgente, prevedeva celebri musiche di film (tra cui Nuovo Cinema Paradiso e The Mission Suite di Ennio Morricone) e l’immancabile inno del Cavour composto interamente dal sopracitato Flavio Mattea, personalmente la trovo un’ottima idea che rende la nostra scuola più internazionale dato che praticamente tutte le scuole americane ne hanno uno.

La musica era veramente sublime, le note trasportavano in un’atmosfera da sogno. Il pubblico in chiesa era numerosissimo e l’esibizione si è conclusa con un’ovazione meritatissima.

Aspettiamo con ansia il prossimo concerto l’11 Maggio 2019 presso la Sala Puccini del Conservatorio di Milano.

JESSICA JONES

Chiara Albarelli, 4 E

Tutti avrete sicuramente sentito parlare almeno una volta di Captain America, Iron Man e Thor, ma poche persone conoscono Jessica Jones, prima protagonista femminile di una serie Marvel-Netflix. Ma chi è questa nuova eroina? Jessica è una giovane investigatrice privata che vive nel Queens ed è tutto ciò che un supereroe non dovrebbe essere: maleducata, irascibile e solitaria, in più alle prese con l'alcoolismo e un disturbo post-traumatico da stress . Sarà però costretta, con l'aiuto dell'amica Trish e dell'indistruttibile Luke Cage, a riprendere in mano la sua vita per combattere Kilgrave, un uomo capace di controllare le menti altrui e che aveva manipolato Jessica stessa in passato. Se i soliti cinefumetti vi hanno stancato e cercate qualcosa di alternativo, questa serie fa per voi. Avrete la classica ascesa dell'eroe (eroina, in questo caso), ma raccontata con un tono noir che si adatta perfettamente agli argomenti trattati, a cui la vena comica presente di solito nelle produzioni Marvel non avrebbe reso giustizia. L'unica pecca è che il primo episodio è un po' lento, ma già da quello successivo si entra nel vivo dell'azione e la narrazione procede spedita. Il cast riesce a gestire senza difficoltà le peculiarità e lo sviluppo dei personaggi, per nulla piatti e mai stereotipati. Tra gli interpreti spiccano David Tennant (Doctor Who, Broadchurch)nel ruolo del supervillain Kilgrave, Carrie-Anne Moss (la Trinity della saga di Matrix), Mike Colter (Million Dollar Baby, American Horror Story) nei panni dell'indistruttibile Luke Cage, mentre a dare un volto a Jessica è Krysten Ritter (Breaking Bad). Vale davvero la pena di dare una possibilità a Jessica Jones e se, terminata la visione dei tredici episodi, vorrete continuare a seguire quest'improbabile eroina, sappiate che una seconda stagione è già in pre-produzione ;)

TWO-BY-TWO

Matteo Gentile

Benvenuti nel mondo di una rubrica che nasce interamente per voi: recensirò due dischi per volta, scelti da qualsiasi genere ed epoca musicale, per consigliarvi l’ascolto di quelli che la musicologia ritiene essere alcuni tra i migliori mai prodotti. Ne analizzerò la forma, i punti di forza e di debolezza e le caratteristiche sonore più evidenti, per guidare un orecchio anche mediamente allenato all’ascolto di questi capolavori e... buon viaggio!

VOCABULARIES

ARTISTA: Bobby McFerrin per Wrasse Records, 12 marzo 2010.

GENERE: Easy listening.

RICONOSCIMENTI: Candidato nel 2011 al Grammy Award al miglior album crossover di musica classica; nello stesso anno, al Grammy Award per la categoria Best Engineered Album, Classical insieme ad artisti quali Sides, Treece e Miller; ancora nel 2011, al prestigioso premio NAACP Image Award al miglior album jazz.

TRACCE: Baby; Say Ladeo; Wailers; Messages; The garden; He Ran to the Train; Brief Eternity.

RECENSIONE: Tra i più straordinari propositori del beat-boxing, Bobby McFerrin ha nel corso della sua carriera musicale esplorato gli ambiti sonori più vari, avvalendosi peraltro di raffinate collaborazioni (The Manhattan Transfer, Herbie Hancock, Yo-Yo Ma, Chick Corea, Dexter Gordon, George Benson ed altri); allievo sporadico di Bernstein, Meier e Ozawa, McFerrin è molto apprezzato nel ruolo di (come) Direttore d’Orchestra, in nome del quale (ruolo in cui) ha diretto l’Orchestra Sinfonica di San Francisco, la Israel Philharmonic Orchestra, l’Orchestra da camera St. Paul, i Wiener Philharmoniker, la New York Philharmonic e la Filarmonica della Scala). McFerrin segue in questo disco il tentativo di collegare nuove istanze al suo debole passato fusion, riprendendo e ampliando il raggio d'azione dei suoi ultimi lavori. L’autore spazia tra Africa e America Latina, facendo tesoro dell'esperienza vissuta nel mondo della musica classica. Il disco è caratterizzato dalla presenza di lunghi brani in cui la vocalità costituisce l'ossatura dei brani, ma l'obiettivo, estremamente ambizioso, di costruire un disco cosmopolita con un’impronta personale pare riuscito solo in alcuni episodi come "Wailers", "Messages" e "Brief Eternity", dove si fondono suggestioni profondamente colte ed istanze etniche intimamente assorbite.

Eppure, l’esperimento più riuscito pare essere la prima traccia, quel “Baby” che sembrerebbe soltanto introdurci alla sfera di questo disco: isolando il brano dalla realtà di questo progetto ed analizzandolo, si nota lo straordinario arrangiamento, creato per tale occasione, di un brano che in realtà l’artista aveva già proposto al grande pubblico qualche mese prima.

Le molteplici parti vocali si fondono alla perfezione, si compenetrano una volta assorbite dall’orecchio e riescono ad imitare, riproducendoli, alcuni dei suoni più tipici e spontanei dei bambini: il brano carpisce la nostra intimità e ben si ricollega all’ultima traccia, che vuole invece descrivere l’anelito trascendente dovuto alle grandi domande, ma in un clima di scoperta, di gioco, di positività ed esperienza.

THE VELVET UNDERGROUND & NICO

ARTISTA: Velvet Underground, Nico (Christa Päffgen) per la Verve Records, 12 marzo 1967.

GENERE: Rock psichedelico, Rock sperimentale, proto-Punk, Rock and roll.

RICONOSCIMENTI: Disco d’oro (Italia); nonostante la quasi pressoché totale mancanza di successo commerciale all'epoca della pubblicazione, l'album con il passare degli anni ha goduto di un’enorme rivalutazione sia da parte della critica, sia da parte del pubblico. La rivista Rolling Stone ha inserito il disco al 13o posto nella sua classifica dei migliori 500 album della storia, mentre nel 2006 The Observer lo ha dichiarato primo tra i 50 “album che hanno cambiato la musica”. Per fare altri esempi della grande stima nei riguardi dell'album, la rivista Uncut lo ha definito "il più grande album di debutto di tutti i tempi"; inoltre nel 2006 è stato inserito nel National Recording Registry dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti come opera da preservare per i posteri.

TRACCE: Sunday Morning; I’m Waiting for the Man; Femme Fatale; Venus in Furs; Run Run Run; All Tomorrow’s Parties; Heroin; There She Goes Again; I’ll be Your Mirror; The Black Angel’s Death Song; European Son (in riferimento alla versione originale).

RECENSIONE: Risulta assolutamente impossibile condensare le emozioni, i simboli, le storie, le confessioni, le ansie, la spinta creativa, il racconto di una nuova società, l’estro, la depressione, l’inquietudine, la potenza espressiva di questo disco in un così esiguo spazio: trattiamo infatti di uno dei dischi che hanno segnato per sempre la Storia della Musica, identificando a pieno nei suoi testi la linfa delle nuove istanze pre-1970. Quest’opera d’arte ha un elemento di novità che ben pochi altri sapranno a tal punto raggiungere, ma all'epoca della sua uscita, The Velvet Underground & Nico fu ampiamente un insuccesso dal punto di vista commerciale per gli standard della musica pop degli anni sessanta. I suoi controversi contenuti e le tematiche scabrose dei brani fecero sì che l'album venisse quasi immediatamente bandito in molti negozi di dischi. Molte stazioni radio si rifiutarono di mandare in onda le canzoni dell'album e anche certi giornali si rifiutarono di pubblicizzarlo o di recensirlo: colpa anche dell’etichetta discografica, mai in grado di promuovere in modo competitivo il disco. I testi trattano temi assolutamente innovativi quali la vita metropolitana, la perversione e la deviazione sessuale, l'alienazione urbana o lo spaccio e l’assunzione di droga: il tutto dev’essere collocato in un’esplicita metafora erotica già visibile dalla copertina, ideata e realizzata da Andy Warhol (uno dei due produttori): le prime copie del disco, infatti, invitavano chi guardava la banana in copertina a "sbucciare lentamente e vedere" (peel slowly and see): togliendo un adesivo si poteva vedere una maliziosa banana rosa shocking. Ci occorre qui lasciare la parola a chi avuto il coraggio di confrontarsi con la descrizione delle caratteristiche di questo album. «Soltanto cento persone acquistarono il primo disco dei Velvet Underground, ma ciascuno di quei cento oggi o è un critico musicale o è un musicista rock» (Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno) «The Velvet Underground & Nico è il primo album che riesce a mescolare insieme rock e blues, psichedelia e avanguardia. Un lavoro che trae lezione dal passato per proiettarsi idealmente nel futuro. Non a caso è diventato una pietra miliare per le band del punk, della new wave e perfino del post-rock. La decostruzione rumorosa del rock, le sinestesie artistico-musicali, le storie violentemente urbane e letterarie dei testi ne fanno un'opera unica. Un totem del rock di cui non si contano i tentativi d'imitazione. Tanto che, se si fa attenzione, si può scorgere un passaggio di "The Velvet Undeground & Nico" in quasi ogni singolo brano del rock moderno» (www.ondarock.it). «Il disco, completato da due stranianti canzonette alla Merseybeat, Run Run Run e There She Goes, è perfetto sotto tutti i punti di vista e si può collocare tra i capolavori del teatro musicale espressionista, al fianco (e nettamente sopra) dei "Pierrot Lunaire" e di Weill. Dalla perfetta fusione di musica e parole scaturisce un pathos che cattura la realtà metropolitana nelle sue più segrete e deprimenti pieghe, un affresco atroce e cupo dell'umanità moderna, celebrazione poetica e documentaria della vita di strada nei bassifondi (sulla falsariga del cinema-verità), amplificata attraverso la lente deformante della droga.

Feticci sessuali e sadismi catartici, orgasmi latenti e rumori snervanti; il vivo contrasto fra i modi suburbani di Reed e quelli patrizi di Nico, la Berlino anni '30 e gli slum anni '60, la sottocultura della crisi e quella dell'apocalisse. Il fascino del disco deriva dalla quantità di idee in esso profuse e dall'amalgama di tanti forti personalità artistiche, fra le quali è certamente Reed il catalizzatore, il regista» (Piero Scaruffi) Il disco fu registrato in uno studio fatiscente di New York di cui Lou Reed ricorda muri cadenti, buchi nel pavimento e attrezzi da carpentiere sparsi ovunque.

L’edificio era quasi sul punto di essere demolito e c’erano solo quattro microfoni per registrare. I Velvet Underground e Nico, che evidentemente non vedevano l’ora di svignarsela, si diedero parecchio da fare perché nel giro di 4 giorni il materiale era pronto e il lavoro finito. Al palazzo tutto ciò dovette portare fortuna: non solo non fu buttato giù ma al piano terra qualche anno più tardi si sarebbe installato addirittura lo Studio 54! Tra i molti echi presenti in alcuni brani, occorre segnalare che Sunday Morning, traccia di apertura dell’album, cantata da Lou Reed con tono lieve e androgino in netta e voluta contrapposizione ai toni plumbei adottati da Nico, conserva nel basso slide dell’introduzione un cenno intenzionale a Monday Monday dei Mamas and The Papas, canzone in testa alle classifiche, mentre i Velvet Underground erano in studio nell’aprile del 1966, mentre There She Goes Again prende in prestito un riff da un altro motivo in vetta alle charts in quei mesi: Hitch Hike di Marvin Gaye; infine è musicalmente interessante l’uso del pianoforte preparato, tramite uso di graffette fermacarta tra le corde, in All Tomorrow's Parties, un'idea musicalmente vicina a John Cage, il quale sperimentò ampiamente su strumenti musicali preparati (vd. anche Tori Amos).

HORSES

ARTISTA: Patti Smith per Arista Records (AL 4066)

GENERE: Proto-Punk; Punk Rock; Punk-wave; Hard Rock

RICONOSCIMENTI: Disco d’Oro in Gran Bretagna per l’anno 2000; l’album, tra gli sconfinati riconoscimenti della critica musicale, può vantare di essere stato inserito tra i migliori cinquecento secondo la rivista Rolling Stone.

TRACCE: Gloria, Redondo Beach, Birdland, Free Money, Kimberly, Break It Up, Land, Elegie

RECENSIONE: Un’irriverente e assolutamente geniale commistione di recitazione, avanguardia e Rock in grado di anticipare di anni le nascenti istanze del Punk e della musica New Wave, un capolavoro indiscusso in grado di segnare la storia del Rock, carico di arte tanto da spingere Michael Stipe (R.E.M.) ad iniziare la sua carriera come cantante proprio dopo averlo ascoltato. In anni in cui di certo il Punk non brillava per la profondità dei suoi testi (The Clash a parte, ben inteso), Patti Smith è riuscita ad inserire proprio in questo neonato terreno fertile una profondità di testi pari a quella di Bob Dylan, con uno stile che riesce ancora oggi (che tanto siamo lontani da quella società) ad esaltare le sue poesie così criptiche, selvagge e quasi elegiache, facendone rabbiosa energia e immensa qualità compositiva.

Redondo Beach inganna l’ascoltatore, chiarendo da subito gli intenti dell’album: trascinati dal ritmo incalzante e spensierato, quasi non ci accorgiamo che la storia raccontata sia quella, così cupa da essere seme per la New Wave, del suicidio di una ragazza: testi disincantati, realistici, crudi ma poi innamorati, spensierati, poetici, sensuali, liberi e perciò potenti, inseriti nella nuova cornice dello spazio del Punk, l’intimo erede del rock. Tra gli altri brani più rilevanti del disco, troviamo: Free Money, inquieto e febbrile boogie che riesce a rendere leggera persino una spudorata quanto sincera denuncia sul rapporto tra amore e denaro; Kimberly, che mostra il suo debito nei confronti della poetica dei Velvet Undergound; Land, una vera e propria suite divisa in tre sezioni (Horses, Land of Thousand Ballads e La mer(de)).

Il disco incanala i bisogni della generazione della cantante, uomini e donne ai quali chiede di liberarsi finalmente dalle convenzioni realizzando il loro immaginario nel suo stile di vita: la voce di Smith (a-tecnica, pura e infantile com’è) sfoga il grido frustrato di chi, socialmente affannato, non può più consolarsi nel roco pianto di Joplin. È il disco meno elettrico dei suoi lavori ma anche il più convulso, energico e originale, come fosse il più avanti per attitudine, anche se quello cronologicamente più anziano e riesce ad arricchire il Rock di un nuovo linguaggio musicale in cui il testo diventa il punto di partenza, spesso il veicolo che permette ai brani di mantenere dinamicità.

La poetessa del Rock e sacerdotessa del Punk aveva, tra le altre cose, incontrato ben presto le persone giuste: fu John Cale a produrre l’album del 1975 e Tom Verlaine vi partecipò con la sua chitarra (tra gli altri ospiti e componenti: Lenny Kaye, Ivan Kral e Allen Lanier), mentre il promettente Robert Mapplethorpe, prossimo all’ascesa nell’ambiente culturale che lo caratterizzerà, scattò quella foto che finì per diventare un’icona di musica, di stile e di storia presente come copertina, nella quale la cantante si permette di fare il verso a Sinatra: ma c’è di più. Nel 1967 Robert e Patti si conoscono: Mapplethorpe in quel periodo sperimentava sessualità e droghe, Patti era appena arrivata a New York con tanti versi in testa. Non poteva che succedere l’inevitabile: i due artisti si innamorano e vanno a vivere insieme al Chelsea Hotel, il famosissimo hotel frequentato da chiunque avesse velleità artistiche. È una relazione forte, intensa, tutta improntata all’arte: i due non vivono di nient’altro e per nient’altro che non sia la musica, la poesia o la fotografia. Patti è la prima musa di Robert, forse l’unico soggetto ad essere fotografato più e più volte, durante la loro convivenza e anche dopo; e Smith è il cognome della musa del Punk, dell’artista libera, indipendente, potente e tremendamente efficace in grado di descriverci l’amore in veste di colomba disorientata e le passioni come prati, di cui siamo ospiti freschi e sensuali.

ABACAB

ARTISTA: Genesis per la Charisma Records, 14 settembre 1981.

GENERE: Rock psichedelico, Pop rock, Soft rock.

RICONOSCIMENTI: Disco d'oro in Francia, Germania, Regno Unito e Italia; Disco di platino negli U.S.A. con oltre due milioni di vendite.

TRACCE: Abacab, No Reply at All, Me and Sarah Jane, Keep It Dark, Dodo/Lurker, Who Dunnit?, Man on the Corner, Like It or Not, Another Record.

RECENSIONE: Si tratta per la precisione dell'undicesimo album dei Genesis, il primo realizzato dalla band nel loro nuovo studio di proprietà. Il curioso titolo si rifarebbe all'ordine nel quale le tre sezioni della titletrack sarebbero state eseguite durante le sue sedute di arrangiamento (esecuzione che in realtà, però, avrebbe dovuto portare ad un titolo diverso: Accaabbaac); tra i componenti che hanno preso parte a questa realizzazione, è bene riconoscere: Tony Banks (tastierista), Mike Rutherford (bassista e chitarrista), Phil Collins (cantante, batterista, percussionista) e tutta la sezione fiati degli Earth Wind and Fire (The Phenix Horns), una collaborazione importante e duratura che arricchirà enormemente la piacevolezza del disco. Si tratta senza dubbio di una realizzazione mediamente ben costruita, che rappresenta un vero e proprio punto di svolta per la poetica del gruppo: siamo infatti di fronte ad un cambio di direzione musicale necessario per la loro sopravvivenza in un clima musicale e commerciale segnato da profondi cambiamenti e che si espleta nell'approdo a sonorità più elettroniche e proto-minimalistiche e nell'assorbimento delle prime istanze punk e new wave (di certo più apprezzate dal pubblico degli anni '80). Scrive Piero Scaruffi: «I Genesis si affermarono alla fine degli anni '60 come uno dei gruppi guida del nascente progressive-rock, e si distinsero dagli altri per la predisposizione alla canzone sofisticata e una teatralità decadente. Le loro composizioni univano eleganza, atmosfera, romanticismo e istrionismo. In seguito sarebbero semplicemente diventati un gruppo di pop da classifica, ma per qualche anno il loro progressive-rock fu all'avanguardia del genere».

Un periodo d'oro per Phil Collins, quello dei primissimi anni '80: dopo l'episodio isolato di In The Air Tonight, pur non arrivando mai più a raggiungere un tale picco di dinamismo e vigore musicale veramente visionario nell'ambito del pop-rock, diventerà in compenso uno dei solisti pop più di successo della storia, con raffiche di hit e album piazzati ai primissimi posti ovunque.

Mentre Collins trasformerà in oro tutto ciò che tocca, persino come produttore, la carriera dei Genesis proseguirà con una serie di album che giungeranno regolarmente ai primi posti in tutto mondo e, tra questi, proprio Abacab. Già dal brano di apertura, Abacab, la trasformazione dei Genesis in un vero e proprio complesso di pop-rock è ormai completato: la band utilizza un approccio nuovo al suono ed usa numerosi nuovi elementi. La voce di Collins non è mai stata più graffiante, immediata e aggressiva; il disco si apre con un suono di big drum e di sintetizzatore distorto, i The Phenix Horns aggiungono anima a No Reply at All e le drum machines ritornano in Me and Sarah James. Alcuni elementi mutuati dal progressive-rock sono ben udibili nella mini-suite Dodo/Lurker, ma il linguaggio appare ormai completamente diverso: negli album successivi la band continuerà a seguire questa direzione di ricerca musicale e ben presto diventerà una delle band più in voga del decennio, ma difficilmente saprà ripristinare tali picchi d'immediatezza comunicativa.

FOLLIE URBANE

Chiara Platania

«Sta aspettando il 9?» Alex sollevò di scatto lo sguardo sul suo interlocutore: non si era accorta di non essere più sola alla fermata. Un uomo di indefinibile età tra i cinquanta e i settant’anni la guardava con curiosità. La ragazza mise in pausa la playlist di canzoni natalizie: «Prego?» «Sta aspettando il 9?» Alex lanciò una rapida occhiata alla tabella degli orari, che indicava chiaramente che soltanto il 9 passava da quella fermata, e quasi fece una battuta al riguardo. Poi pensò che non aveva voglia di discutere e si limitò ad annuire, sorridendo per educazione, e dare di nuovo play alla canzone che stava ascoltando. «Ed è tanto che aspetta?» Alex fermò di nuovo la musica, trattenendo un sospiro, e gli chiese di ripetere. «Dico, è qui ad aspettare da molto?» La ragazza controllò l’ora sul cellulare e rispose che era là da esattamente dodici minuti. L’uomo si sedette accanto a lei, sbuffando, e scosse la testa: «E dire che dovrebbe passare ogni dieci minuti» «No, l’orario serale è diverso» fece notare Alex indicando il cartello e rassegnandosi a rimandare l’ascolto della sua playlist «a quest’ora passa ogni diciassette minuti» L’altro si alzò per esaminare l’orario e dopo poco tornò a sedere, probabilmente infastidito dallo scoprire di avere torto. «A me i mezzi pubblici proprio non piacciono, sa?» disse ad Alex, che si trattenne a stento dal far notare che nessuno lo stava obbligando a prendere l’autobus e soprattutto a prenderlo alla fermata dove c’era lei. «Sono incredibilmente sporchi e sempre sovraffollati» continuò l’uomo «e poi ci sono sempre questi giovani con la musica sparata nelle orecchie che disturbano tutto il bus soltanto per il gusto di farlo. Neanche un po’ di educazione, voglio dire. E la gente che parla al telefono? Soprattutto gli stranieri, sempre a strillare i fatti loro in qualche lingua strana come se tutti gli altri passeggeri fossero interessati, non hanno il minimo senso della privacy» Alex si impose di non far notare che il parlare “in qualche lingua strana” minimizzava in realtà le possibilità che la propria privacy venisse in qualche modo violata. Stava iniziando a divertirsi nel sentire le lamentele che l’altro le esponeva, come se lei avesse davvero potuto fare qualcosa al riguardo, ma allo stesso tempo ne avrebbe più che volentieri fatto a meno. «Per non parlare della temperatura. Dovrebbe esserci l’aria condizionata, no? E allora lei mi sa dire come mai ci sono sempre i finestrini spalancati, in estate si muore di caldo e in inverno si gela?» Alex non lo sapeva e sorrise soltanto «Per di più sono sempre in ritardo» Il bus arrivò in quel momento, salvando la ragazza da ulteriori dettagli sui problemi dei mezzi pubblici. Alex si alzò in piedi, sollevata. «Ecco, che le dicevo? In ritardo, come al solito» ribadì l’altro, mentre Alex controllava l’ora sul cellulare e scopriva di aver aspettato soltanto un quarto d’ora, per cui il bus era effettivamente in orario, una volta tanto. L’autista aprì le porte e Alex si fece educatamente da parte per lasciare che l’uomo salisse. «Ah, non si dia pensiero per me» rispose l’altro «A me i mezzi pubblici non piacciono proprio» e si avviò, a piedi, nella direzione opposta a quella del bus.

MAXISCHERMO

Samuele Taurone, 5 H

Saluto al solito tutti i lettori e in questa occasione ho deciso di analizzare un film che non è uscito al cinema, ma di fare un tuffo nel passato. Quella che descriverò è una pellicola ormai storicizzata e amata da molti, ma sconosciuta ai più. Mi riferisco a Possession del 1981, per la regia di Andrzej Żuławski. Trattasi di un’opera molto particolare, nata male (censurata pesantemente in molte parti del mondo), malata e affascinante. Il regista David Lynch ha definito Possession “la pellicola più completa degli ultimi trent’anni”. Punti di vista, certo. Ma scopriamo meglio che cos’ha di tanto affascinante.


La storia è quella di una crisi tra due coniugi, Anna (Isabelle Adjani) e Mark (Sam Neill). Sembra che la prima tradisca il marito, ed in effetti è così, ma il sospetto di Mark nei confronti di Heinrich (una sottospecie di guru che vive trip psichedelici in cerca dell’illuminazione religiosa, dedito a droghe di ogni tipo) si dimostra infondato: la moglie lo sta in realtà tradendo con una creatura mostruosa, quasi lovecraftiana.


Difficile parlare di Possession senza dire troppo sullo sviluppo di trama e personaggi. Non ha un’interpretazione univoca, anzi, le chiavi di lettura sono davvero molte. Proverò a sviscerare parte del messaggio del film attraverso alcune frasi o scene importanti.

Fondamentale è il tema della dualità, del doppio. Il film è ambientato a Berlino, una Berlino grigia, nebbiosa, fotografata splendidamente, ma sopratutto una Berlino ancora divisa dal muro. Un muro che incarna tutte le tensioni che i personaggi vivono, interne ed esterne, e anche tensioni che, pur nascendo internamente, si esprimono esteriormente. La casa dei due protagonisti è collocata proprio davanti al muro, testimone onnisciente e silenzioso dei loro tormenti. C’è un doppio di Anna, che si chiama Helen, ed è la maestra elementare del figlio di Anna e Mark, di cui Mark si innamora. A un primo sguardo si può pensare al fatto che Mark tenti di ritrovare Anna, che ormai non lo desidera più, nelle altre donne che frequenta.

Un altro elemento di dualità è la dicotomia tra fede e sorte. Le due “sorelle” di Anna, fede e sorte (sister faith and sister chance in originale) la chiamano da due poli opposti che appaiono inconciliabili. La visione di Żuławski, in questo caso, non è solo fortemente anticlericale, ma irrimediabilmente antireligiosa. Lo si capisce chiaramente dalla scena in cui Anna comincia a lagnarsi impotentemente guardando in faccia il Cristo della chiesa dove si è recata, attendendo invano una risposta o un’illuminazione. Anche altri personaggi sono usati da Żuławski come portatori della sua visione. Infatti Mark dice che “Dio è una lebbra”, e una vecchia che vaga vicino alla casa dove Anna tradisce dice a Mark che “ciò che l’uomo fa, Dio lo distrugge”.

Dunque è forse un film hegeliano negli intenti questo Possession, in cui la dialettica bene-male porta all’evoluzione (o alla devoluzione) dell’essere umano. Le domande che lo spettatore si pone sono molte: il bene e il male sono così distanti l’uno dall’altro, o sono due facce della stessa medaglia? Può esistere un sistema di valori definito e univoco? Lascia tante porte aperte senza dare troppe risposte, come sanno fare i grandi film.


Tecnicamente il film è eccellente ma molto particolare. La regia di Żuławski è costantemente in cerca del movimento, spesso circolare, forse a voler sottolineare un senso di eterno ritorno che (senza dire di più) nel finale risulta importantissimo. Gli attori sono fantastici, soprattutto i due protagonisti, un bravissimo Sam Neill e una Adjani veramente strepitosa, nel ruolo della vita. La bellissima attrice francese, che nella versione originale pronuncia un inglese particolare, perfetto nella dizione, si lascia martoriare fisicamente e psicologicamente. Non a caso questo film è tuttora visto da lei come un’esperienza assolutamente traumatica. La scena più esemplificativa è sicuramente quella della metropolitana, in cui lei grida per minuti interi, strusciandosi contro le pareti, in preda a un raptus, e finisce col sanguinare, vomitare, partorire la creatura con cui si accoppierà. La colonna sonora è stranissima: semplicissima, con dissonanze e cacofonie astratte a rendere il tutto più inquietante (non si raggiungono però i livelli di alcuni capolavori del genere horror nostrano, che sia Morricone, Riz Ortolani o i Goblin). Il montaggio è sgrammaticato, anticinematografico se vogliamo, ma è una particolarità che spezza i ritmi della narrazione classica e impreziosisce questo genere di film.

FEBBRAIO

Questo mese parliamo di Sono tornato, il film di Luca Miniero che, ispirandosi al tedesco Lui è tornato (2015) immagina un ipotetico ritorno di Mussolini in Italia.

Sono tornato è un film sgradevole, inquietante, potente, importante. Importante perché “editorialmente” perfetto, vista la data di uscita del film (1 febbraio) e quella delle elezioni politiche. Il film descrive benissimo questo asfittico panorama italiano in cui la gente non ha più fiducia nella democrazia, in cui la retorica del magna magna è imperante, in cui nessuno è sicuro di niente tranne che di una cosa, e cioè che l’immediato futuro sarà ancora peggio dell’orribile presente. Ci dice con forza che è proprio in un momento del genere che un Paese può ricadere nella dittatura. E le domande poste sono molte: che cosa bisogna fare con Mussolini? La gente ricorda o ha dimenticato? La gente, addirittura, potrebbe perdonare?


Il centro del film è proprio questo: la reazione del popolo italiano a un personaggio che ha segnato tragicamente la nostra Storia, ma che viene riaccolto a braccia aperte proprio perché abilissimo oratore e portatore di un’ideologia, per quanto essa sia indiscutibilmente improponibile. C’è un aspetto difficilmente digeribile per il pubblico: oggi come oggi in Italia i portatori più forti e schierati d’ideologia risultano essere i criminali, nota dolentissima. L’abilità retorica del Duce mette poi in gioco anche il tema del populismo, molto caro al regista Luca Miniero, come ha lasciato trasparire anche dalle interviste che ha rilasciato.


La trama del film è molto semplice: Mussolini (Massimo Popolizio) torna nell’Italia di oggi, cadendo letteralmente dal cielo, e trova sulla sua strada il giovane regista di documentari Andrea Canaletti (Frank Matano) che lo considera un comico che fa satira in modo peculiare, con cui girerà il Paese suscitando le più svariate reazioni. Le prime scene sono divertenti. Canaletti prova a elemosinare sguardi tristi dai bambini extracomunitari che giocano allegramente a pallone con altri bambini, tentando di filmare il disagio sociale della difficile integrazione razziale, in quel caso del tutto mancante, in modo involontariamente comico. Mussolini, appena “atterrato”, chiama un ragazzo “balilla Totti”, dato che indossa la maglia del (a lui sconosciuto) ex capitano della Roma. E poi c’è l’inizio del viaggio, con Mussolini che, ascoltando L’italiano di Toto Cutugno, quando sente la frase “un partigiano come presidente” ride di gusto, dato che gli pare un qualcosa di assolutamente impossibile (Sandro Pertini per fortuna, invece, è stato nostro Presidente, e in questo momento storico penso sarebbe potuto essere molto d’aiuto). La televisione e il ruolo dei mass media aprono una seconda parte di pellicola molto più profonda e interessante. Il Duce diventa protagonista, dopo esser stato notato quasi per caso, di uno show televisivo che farà discutere e farà proseliti. Egli riesce a utilizzare al meglio il mezzo, dopo che in una scena di poco precedente aveva guardato sconsolato i programmi trasmessi (solo programmi di cucina, il che lo aveva spinto a definirci “un Paese di cuochi”). Canaletti verrà forse convinto della pericolosità di Mussolini dal doloroso ricordo di un’anziana signora, mentre le masse lo troveranno disgustoso solo nel momento in cui un video lo mostra mentre spara a un cane. Sì, perché barconi ribaltati che portano con sé migliaia di vite non importano a nessuno, ma l’animale da compagnia di una signora medio-borghese interessa a chiunque. L’altra idea geniale del film è l’alternare alla finzione stralci di effettivo documentario, di interviste dal vero, a persone qualunque che offrono punti di vista genuini. Dalla ragazza completamente disillusa che apre il film al pizzaiolo che vorrebbe “una dittatura, sì, ma libera”, facendosi così alfiere di questa nostra, alle volte persino irresistibile, ignoranza. Quando Mussolini, invece, prova a convincere un macellaio toscano sul discorso della razza, dicendo che “la razza italiana deve essere pura come la chianina”, questi gli risponde che “però gli uomini non sono carne da macello”. Sprazzi di civiltà e democrazia in un mare di completa disaffezione per la coscienza civile e politica.


Miniero dirige con asciutta precisione, lasciando ampio spazio all’ottima sceneggiatura scritta da lui insieme al lanciassimo Nicola Guaglianone (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili). Popolizio interpreta splendidamente Mussolini, con la giusta grandeur ma non scadendo mai nel macchiettistico. Ottima anche Stefania Rocca in un ruolo secondario, che potrebbe essere letto anche come interessante indagine sul mondo femminile. Cosa dire, infine? Sono tornato fa finalmente parte di quel cinema italiano che non ha bisogno del cerchiobottismo per poter essere distribuito e piacere alle grandi masse. Cinema antipopolare che può diventare popolare per confezione, non per contenuto. Cinema politico che colpisce nel segno. Perché quando la politica incontra l’arte, quando l’etica incontra l’estetica e non si perde nulla né dell’uno né dell’altro aspetto, allora, dal mio punto di vista, si sta parlando della migliore arte possibile.

TRA INGHILTERRA E ITALIA

Scuola, persone, abitudini

In occasione della prima edizione cartacea del nostro beneamato Giornalino, ho chiesto a Chiara Platania di IV E, ora "emigrata" in Inghilterra, come si è ambientata in questi quattro mesi, vivendo lontana da casa e con persone totalmente sconosciute.

Cosa ti ha spinto a scegliere di studiare all'estero?

"Andare all'estero è stata una sfida! Sicuramente volevo migliorare il mio inglese, conoscere nuove persone e le loro culture. Trovo che certe abitudini che noi italiani non abbiamo siano molto affascinanti. "

C'è molta differenza tra il sistema scolastico italiano e quello britannico?

"La differenza principale sono le ore dedicate a ciascuna materia, ovvero quattro. Tuttavia, il tempo che viene sottratto alla studio in classe viene recuperato in quello individuale. Qui scriviamo molti essay, praticamente per ogni materia, se si escludono quelle scientifiche."

Cosa ti manca dell'Italia?

"Il cibo e il tempo: in un attimo il cielo può diventare da limpido a nuvoloso e potresti ritrovarti fradicio in men che non si dica. Stando qui in Inghilterra sono diventata quasi meteoropatica! Un'altra cosa che mi manca moltissimo è il caffè: quello che fanno qui è in filtro e di caffeina ne ha ben poca!"

Gli inglesi hanno una mentalità più aperta rispetto agli italiani?

"Sì e no. Accettano senza problemi qualunque orientamento sessuale e aspetto delle persone: è irrilevante di che colore hai tinto i capelli o quali vestiti indossi. Invece, anche se sembra strano, hanno un sacco di pregiudizi sugli stranieri (soprattutto sugli americani), anche se a volte non se ne accorgono. Inoltre, è evidente che se vai in Inghilterra devi adattarti alle loro abitudini, e non il contrario."

Pensi che aver frequentato una scuola all'estero ti agevolerà nell'entrare all'università?

"Se dovessi sceglierne una inglese mi aiuterebbe di sicuro, soprattutto siccome sarei una studentessa straniera. Quest'anno passato lontano da casa certificherebbe il mio livello di autosufficienza e, soprattutto, delle mie abilità linguistiche."

C'è qualcosa che vorresti cambiare nel modo di fare dei britannici?

"Farei in modo che tutti capiscano l'importanza del pranzo: molte persone nel lunch break non mangiano nulla, perchè hanno sgranocchiato snack tutta la mattina, e spesso utilizzano la pausa per chiacchierare o portarsi avanti con lo studio."